Nel pieno dell’estate e con mezzo mondo conosciuto in ferie, all’alba dell’ultimo giorno di lavoro prima di una brevissima pausa, l’inverno dell’anima si scontra con l’aria particolarmente bollente delle ultime settimane. E quando aria calda e fredda si scontrano nascono violenti nubifragi estivi, che a volte bagnano e spazzano via tutto quello che c’è fuori e a volte scombussolano tutto ciò che sta dentro.
14 Agosto. L’asfalto della statale alle sette del mattino scorre lento sotto il letto della mia auto. Non mancano certo fumi e gas di scarico lungo la tratta. Pensieri, voglie represse (tra l’altro il titolo dell’unico album dei Rashid) e severi giudizi su di sé vengono a trovarmi.
Dalla radio i miei “cugini di secondo grado” Aerosmith con la tanto amata Jaded prima ed i Bon Jovi dopo, mi ricordano di essere ancora vivo. Ora come allora. La prova che questo sia vero la cerco nello specchietto retrovisore. Ma esso mi restituisce un volto triste anziché malinconico; diradato nei capelli anziché chioma fluente e come agli alberi gli anelli del tronco che gli contano gli anni; il volto di questo uomo inizia a contarli per davvero gli anni con i solchi che lascia sulla pelle.
Alzo gli occhi oltre il parabrezza e vedo il cartello di svolta “Carinaro” e capisco che sono arrivato (quasi).
Non so se nei pochi metri restanti mi va di più elaborare quanto questo tragitto mi abbia restituito in termini di pensieri, sensazioni e malessere oppure proiettarmi con veemenza sul tempo mio da adesso in poi, su scartoffie giudiziarie prima e su lavatrici e frigoriferi dopo, verso l’eterna ricerca di un “grazie” o un più modesto “non ti preoccupare”, declinazioni che in verità mi sono scelto io di dover dare al mondo e non so con quale pretesa ogni tanto mi viene da pensare che ne vorrei un po’ anche per me.
